Domenica, 17 Aprile 2016 00:00

Music Talk - Fabio Mina

MUSIC TALK

Domenica 17 aprile 2016 - ore 18,30

The Shore - Fabio Mina

Penultimo appuntamento con la rassegna Music Talk.
Con Fabio Mina verranno esplorate alcune modalità del dialogo incessante tra essere umano e ambiente, riascoltando echi di natura in strumenti che provengono da luoghi lontani.
Attraverso la tecnica di field recording cattura l'ambiente, suoni quotidiani, a volte nascosti e li combina ricreando armonie e paesaggi sonori con cui interagire. La sua ricerca continua vuole esplorare tutte le caratteristiche sonore del flauto anche alterandole, estendendone le possibilità con elettronica dal vivo ed effetti. Da non perdere.

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COMUNICATO STAMPA DEL 08/02/2016

Music Talk

Concerti e dialoghi per orecchie curiose

dal 28 febbraio al 24 aprile 2016

Al Museo internazionale e biblioteca della musica
Strada Maggiore, 34 - Bologna - ore 18.30

Ingresso gratuito fino ad esaurimento posti

L’ etichetta discografica a Simple Lunch in collaborazione con il Museo internazionale e biblioteca della musica di Bologna presenta una rassegna di concerti e incontri con il pubblico. Un momento unico per condividere la vivacità di una scena musicale estremamente articolata e vitale.

a Simple Lunch nasce a Bologna nel 2013 grazie a Marco Dalpane e Riccardo Nanni.
E’ un’iniziativa indipendente e autogestita che offre ai musicisti uno strumento agile ed efficace per dare vita alle loro realizzazioni lasciando autonomia e integrità al loro lavoro: è un luogo dove sperimentare nuovi linguaggi e nuovi modi di relazione tra i musicisti e il pubblico.

“In una barca alla deriva nell’oceano come appare oggi l’editoria e soprattutto il mondo del disco, qualcuno ha deciso di prendere in mano i remi con l’energia di chi ha ancora tanti progetti da realizzare...(Giornale della Musica)

Tutti gli artisti coinvolti hanno pubblicato un disco con a Simple Lunch; molti di loro presenteranno il loro lavoro in anteprima. Ogni concerto sarà seguito da un incontro con i musicisti, una rara occasione per incontrare i protagonisti e dialogare con loro.

La rassegna si apre con La Zona, una lettura di Paolo Nori in cui lo scrittore emiliano, accompagnato al pianoforte da Carlo Boccadoro, affronta alcuni dei suoi temi prediletti intrecciando riflessioni sull'infanzia, memoria della Shoah e passione per la letteratura russa. Si prosegue con un duo di casa: Angelo Adamo, all'armonica cromatica, è accompagnato al pianoforte da Marco Dalpane, uno dei fondatori dell'etichetta a Simple Lunch. Sarà un'occasione per ascoltare dei brani dal loro lavoro in duo, ma anche per delle anticipazioni che riguardano il prossimo cd in solo di Adamo, di prossima pubblicazione.
In odore di jazz la prosecuzione che vedrà il 13 marzo Ah Hum - nome che richiama uno dei capolavori usciti dalla penna e dalle corde del leggendario Charles Mingus – con un eclettico Simone Pederzoli al trombone e Alessandro Betti e Matteo Zucconi che, oltre a suonare rispettivamente chitarra e contrabbasso, dilatano le possibilità del trio con l'utilizzo dell'elettronica live. Con la DFB (Daniele Faraotti chitarra elettrica e voce, Ernesto Geldes alla batteria e Enrico Mazzotti al basso) il rock non esita a confrontarsi con le musiche più colte del '900 con riferimenti che vanno da Stravinsky a John Cage, mentre il 3 aprile con Oddities (Alessio Alberghini al sax contralto, Samuele Garau a pianoforte e elettronica, Enrico Degli Antoni al basso, Giuseppe Risitano alla batteria) si torna dalle parti di un sound più urbano, al confine tra funk e jazz.
Le Lost Songs del duo Marta Raviglia (voce) e Simone Sassu (pianoforte, piano preparato, sintetizzatore) ci accompagneranno in un percorso tra melodie riscoperte in vari angoli della musica colta, con canzoni di Erik Satie, Darius Milhaud, Luciano Berio e Kenny Wheeler, distanti eppure uniti dalla coerenza dell'interpretazione dei due. Se con The Shore (Fabio Mina ai flauti, Marco Zanotti alle percussioni) verranno esplorate alcune modalità del dialogo incessante tra essere umano e ambiente, riascoltando echi di natura in strumenti che provengono da luoghi lontani, il finale con Toroya (Alberto Capelli – chitarra elettrica, Alessandro Altarocca – pianoforte, Gianluca Lione - basso elettrico, Walter Vitale - batteria ) torna a un suono imponente, ricco di groove e di improvvisazione, tra composizioni originali e rivisitazioni di grandi pagine della musica afroamericana (da Hendrix a John Coltrane).

Ma non solo musica.
Le immagini di copertina utilizzate nelle pubblicazioni dell’etichetta sono opere dell’artista
Vanni Spazzoli e gentilmente concesse dalla Galleria L’ARIETE – artecontemporanea

Al Museo internazionale e biblioteca della musica 
Strada Maggiore, 34 - Bologna - ore 18.30 

Ingresso gratuito fino ad esaurimento posti

(scarica il comunicato stampa in formato PDF)
(scarica il libretto in formato PDF)

Logo a Simple Lunch
in collaborazione con

Logo Museo e biblioteca della musica di Bologna Museo internazionale
e biblioteca della musica





Paolo Nori e Carlo Boccadoro

Alberto Capelli (Toroya)

Angelo Adamo [armonica cromatica] Marco Dalpane [pianoforte]

Fabio Mina


CALENDARIO DEGLI INCONTRI

Paolo Nori [voce]  Carlo Boccadoro [pianoforte] 

28 Febbraio 2016

Paolo Nori [voce narrante]
Carlo Boccadoro [pianoforte] 

 Angelo Adamo [armonica cromatica] Marco Dalpane [pianoforte]

6 Marzo 2016

Angelo Adamo [armonica cromatica]
Marco Dalpane [pianoforte] 

 Simone Pederzoli [trombone] Alessandro Betti [electric guitar & live electronics] Matteo Zucconi [double bass & live electronics]

13 Marzo 2016 / Ah Hum

Simone Pederzoli [trombone]
Alessandro Betti [chitarra el. & live electronics]
Matteo Zucconi [contrabbasso & live electronics] 

 Daniele Faraotti [voice, electric guitar] Ernesto Geldes [drums] Enrico Mazzotti [electric bass]

20 Marzo 2016 / Daniele Faraotti Band

Daniele Faraotti [voce, chitarra elettrica]
Ernesto Geldes [batteria]
Enrico Mazzotti [basso elettrico] 

 Alessio Alberghini [alto saxofone] Samuele Garau [piano keyboard & electronics] Enrico Degli Antoni [bass] Giuseppe Risitano [drums]

3 Aprile 2016 / Oddities

Alessio Alberghini [sax alto]
Samuele Garau [pianoforte, keyboards & elettronica]
Enrico Degli Antoni [basso elettrico]
Giuseppe Risitano [batteria] 

Marta Raviglia [voce, elettronica] Simone Sassu [pianoforte, pianoforte preparato, sintetizzatori, harpejji] 

10 Aprile 2016

Marta Raviglia [voce, elettronica]
Simone Sassu [pianoforte, pianoforte preparato, sintetizzatori, harpejji] 

 Fabio Mina [ flauti, live electronics] Marco Zanotti [percussioni]

17 Aprile 2016

Fabio Mina [flauti]
Marco Zanotti [percussioni] 

Alberto Capelli [electric guitar] Alessandro Altarocca [hammond, organ, rhodes, clavinet, piano] Gianluca Lione [electric bass] Walter Vitale [drums] 

24 Aprile 2016 / Toroya

Alberto Capelli [chitarra elettrica]
Alessandro Altarocca [pianoforte, keyboards]
Gianluca Lione [basso elettrico]
Walter Vitale [batteria] 

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Non è la prima volta che un musicista o compositore trova nel mare una fonte d'ispirazione. "Nel mare ho trovato una libreria immensa di suoni fatti d'acqua, di sabbia, tra risacca, onde e aria che ne cambiano la forma", ci racconta Fabio Mina tra le note di questo opportunamente intitolato "The Shore". E a quella natura sono legati le miriade di strumenti che egli suona quasi con devozione, Flauti soprattutto: il duduk armeno, il khaen (organo a bocca thailandese), il bansuri indiano, il danmoi (scacciapensieri vietnamita), il koncovka (flauto armonico slovacco). Insieme a lui anche il bravo percussionista Marco Zanotti, nonché in un paio di pezzi Markus Stockhausen al flicorno e tromba più Pavel Hurzika alla voce. Ma qui niente esotismi a buon mercato, niente etno-oleografie di rimando, profonda ispirazione invece. E le citazioni dentro le note del poeta Rumi e del lama tibetano Tarthang Tulku, dicono forse di un percorso che è armonico e spirituale insieme. Come nel più ispirato Don Cherry dalle parti di "Codona". Ogni pezzo pare un racconto di questo percorso: da Innerwind e Sankara's way, passando per Nomadic Water, l'intima meditazione di Peace in the Crowd e soprattutto Flow, con i tenui field recordings che l'accompagnano nel tempo disteso dei suoi dieci minuti. Passo dopo passo ne avverti la bellezza, mutevole come il respiro della natura, a volte danzante come in Nomadic Water Dance, a volte pregno di echi ancestrali: Dreamshore, o puro abbandono liquido in Tide Invocation II (7/8)
(Gino Dal Soler)
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Fabio Mina: visioni etniche tra sacralità e natura

A distanza di quasi un anno dall’uscita del suo secondo lavoro discografico The Shore (A Simple Lunch, 2014), il riminese Fabio Mina sarà ospite in studio domenica 1 marzo a Folk Bottom per approfondire gli aspetti essenziali della sua personale ricerca sonora, vista come ideale sintesi del suo profondo interesse per i suoni etnici e la musica sacra antica. Un percorso intenso d’indagine in cui confluiscono tanto le sue esperienze nel campo dell’improvvisazione e della composizione, come anche lo studio meticoloso ed emozionale di differenti strumenti a fiato di variegate tradizioni geografiche: bansuri (India)dizi e bawu (Cina)duduk (Armenia)shakuhachi (Giappone)ney (Medio-oriente),fujara e koncovka (Slovacchia)khaen (Thailandia).

Questa predisposizione e volontà politimbrica si avvale dal 2007 anche della preziosa collaborazione di Markus Stockhausen, tra i musicisti più influenti della sperimentazione a cavallo tra jazz, ambient ed etnica, del quale persevera la poetica della cosiddetta “musica intuitiva”“, da intendere principalmente come metodo volto a liberare, attraverso il linguaggio aperto dell’improvvisazione, le componenti emotive ancestrali più intime e nascoste. Con lo stesso Stockhausen, che ha prodotto il suo primo album Vìreo (Aktivraum, 2011), continua tuttoggi a soffermarsi sul dialogo tra l’esplorazione libera dei suoni puridei flauti e della tromba e del filicorno, campionamenti, field recordings e live electronics. In particolare, l’ascolto di “The Shore”, testimonia di una conversazione segreta con le possibili relazioni del suono ambientale e delle molteplici metamorfosi atmosferiche dei suoi elementi (mare, sabbia, pioggia, aria, onde, rocce, ecc): “Il mare è poi in grado di far risuonare elementi architettonici e naturali che vengono colpiti o sfiorati dalla sua forza, ampliando ulteriormente lo spettro, l’organico della sua orchestra […] Gli strumenti che suono sono legati simbolicamente alla natura, all’acqua, all’aria, al mondo percepibile attraverso i sensi, ma rappresentano anche “voci” del mondo spirituale, piu ancestrale e intimo. Non esiste dualità tra cio che percepiamo con i sensi e quello che sentiamo con lo spirito”.

Sono queste le ideali coordinate di viaggio dell’esploratore Mina, la cui ampia visione di un nuovo archetipo di “immaginario etnico” lo colloca con merito nell’Olimpo accanto ad altri maestri e navigatori del suono sacro come Jon Hassell, Jan Garbarek, Paul Winter, Paul Horn, Stephan Micus, Egberto Gismonti o Ariel Kalma.

(a cura di Andrea Maria Simoniello)

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Domenica, 23 Novembre 2014 12:39

The Shore - Recensione su Kathodik

Un percorso, quello del riminese Fabio Mina, che intercetta il punto d'incontro fra terra, cielo e mare.
Occhi socchiusi su di un non luogo delizioso, dove ansie e dolori si diluiscono in un unico flusso cangiante.
Di movimenti lenti e senza tempo, di sabbia, di brezza.
Voci in lontananza, abbastanza distanti da non sporcare l'attimo perfetto.
Di evoluzioni solitarie e brevi tratti di percorso condivisi.
Fabio Mina soffia in strumenti di etnie distanti, l'Armenia del Duduk, la Thailandia del Khaen, l'India del Bansuri, il Vietnam del Danmoi, la Slovenia della Koncovka.
Legni e metalli, cui aggiunge refoli d'elettronica discreta e qualche risacca di field recordings.
Marco Zanotti ad offrirgli i colori e gli umori ritmici del sud del mondo (armeggiando mirabilmente fra bombo, pandeiro, calebasse e oggetti vari), Markus Stockhausen (col quale condivide un progetto d'esplorazione/dialogo, tra fiati ed elettronica) a porger tromba e flicorno in due brani.
Il resto è danza, a volte immobile, a volte liberatoria.
Architetture intime ed orizzonti vividi, mutevoli e attuali.
Nessun facile esotismo da quattro soldi.
C'è carne, tormento e gioia in “The Shore”.

http://www.kathodik.it/modules.php?name=Reviews&rop=showcontent&id=5769
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Nato a Rimini, nel 1984 ha iniziato a studiare flauto da bambino, si è diplomato nel 2004 al Conservatorio di Pesaro e dal 2000 si è dedicato alla composizione. Durante gli anni del conservatorio, parallelamente agli studi accademici, ha iniziato l'esperienza dell'improvvisazione, inizialmente in un contesto jazzistico poi in uno spazio musicale che non avesse confini, anche attraverso lo studio di strumenti a fiato di diverse parti del mondo come bansuri (flauto traverso indiano), dizi e bawu (due tipi di flauti cinesi), duduk (oboe armeno) shakuhachi (flauto giapponese della tradizione Zen), ney (flauto presente in tutto il Medio Oriente), fujara (flauto armonico di grandi dimensioni tipico in Slovacchia) e khaen (organo a bocca tailandese).

Nel tempo ha approfondito la ricerca sulla musica antica e la musica sacra del mondo, concentrandomi sul repertorio Sufi e quello della mistica medioevale Hildegard von Bingen.

Dal 2007 colla bora col trombettista tedesco Markus Stockhausen con cui si è esibito in diversi festival in Italia e in Germania. Lo stesso Stockhausen, nel 2011, ha prodotto il suo primo album "Vìreo" distribuito in Italia da Egea per l'etichetta tedesca Aktivraum.

Ha collaborato con artisti come Kudsi Erguner, Fabrizio Ottaviucci, Enzo Pietropaoli, Tara Boumann, Luigi Ceccarelli e Cristiano De Andrè.

Ultimamente sta approfondendo un progetto in solo e in duo con Markus Stockhausen, progetti che prevedono il dialogo tra l'esplorazione del suono "puro" dei flauti e di tromba e flicorno, e campionamenti, field recordings, live electronics.

Come musicista cerca di approfondire i legami tra musica, suono e le relative radici spirituali.

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Ammetto di non essere un particolare esperto di musica per films e più in generale di cinematografia, perciò non avrei mai potuto sapere facilmente del musicista Marco Dalpane: la mia conoscenza dell'artista si era formalizzata su altri elementi, quelli di giornalista critico ed opinionista, così come risultava dal suo blog tenuto sul Giornale della Musica. Il contatto con lui è stato fonte (per me) di vera contentezza, poichè ho scoperto anche un pianista meritevole, assolutamente lontano dall'impalpabile mondo dei rapporti della musica con il cinema, in cui spesso le premure sono date alle immagini e non alla musica stessa.
Dalpane, dopo molti anni passati nel dar forma al cinema muto, ed in particolare a quello di Buster Keaton, ha deciso di affiancare l'attività musicale con quella produttiva, istituendo un'etichetta netlabel, la "a simple lunch", intuendo la possibilità di poter documentare una realtà non molto evidente del mondo musicale italiano, fatta di tanti artisti poliedrici che ricalcano il nostro panorama e che sviluppano la loro musica in forme frammentate dal punto di vista dei generi. Il suo progetto è ben delineato nel manifesto che si trova a disposizione dei navigatori internet sul sito della A Simple Lunch, dove tra le tanti frasi utilizzate per descrivere lo stile della label, vorrei sottolineare quella dove si dice "...è musica nuova, o riproposta con l'intento di stimolare nuove connessioni e riflessioni....". Non è un'espressione vacua o risaputa, poichè coglie lo spirito con cui Marco ha cercato subito di fissare le direttive della sua netlabel: incidendo il primo numero con "Sound Form", un lavoro nato nell'era matura del post-moderno, il pianista bolognese cattura ed elargisce una sua accattivante visione personale della musica, che è insieme il frutto di una macrobiotica preparazione e di una capacità di far scattare la riflessione emotiva.

"Sound form", concerto realizzato in presa diretta nella palestra Romagnoli di Bologna, segna i confini entro i quali è possibile trovare la sua idea; aiutato da sparute percussioni, una fisarmonica e un toy piano, Dalpane tocca alcuni poli essenziali della musica. Quello che si è sviluppato è un approccio sensorio che al suo interno si nutre di un modello molto american-style: le tecniche di preparazione di Cowell al piano e quelle di Cage alle percussioni, quel gusto popolare che si riscontra nelle colonne sonore di Keaton, il jazz fuso nel rock di Zappa e quello al confine con la new age di Winston, il minimalismo di Nyman e i risvolti post-classici. Il tutto scandito con grande precisione, con aderenza dei temi e cercando di trarre dall'ambiente circostante il benessere dei riverberi e delle soluzioni sonore. 
Rivitalizzare il patrimonio musicale evitando la retorica: è questa la reale novità sulla quale si pongono le coordinate della produzione di altri cinque albums in cui il melting pot tra sonorità accertate ed ambiente sonoro cerca di trovare un accordo circostanziale: il trio di Alberto Capelli/Antonio Borghini/Cristiano Calcagnile, l'armonica cromatica di Angelo Adamo, l'Orchestra Spaziale che rifà Zappa e il flautista Fabio Mina (impegnato anche con molti altri strumenti a fiato etnici) alla ricerca dei suoni del mare (coadiuvato da Zanotti alle percussioni e Markus Stockhausen alla tromba) sono valide espressioni in cui trovare punti di forza allo scopo. 

Di particolare pregio si presenta la registrazione delle composizioni simil-piano di Roberto Conz, "In tua assenza" (per pianoforte campionato ed eseguite da un software di Roberto Conz), un lavoro che affronta il lato più vicino alla musica di Cage: usando un software modificativo che permette di cancellare la nota originale e trasformarla in altre come eco Midi, le "Variazioni Goldberg" di Bach ne escono totalmente rigenerate. Sulla struttura casuale Conz interviene solo sugli accenti, sulle durate o sulle altezze e da un lavoro basato sull'ebbrezza dei canoni e del disincanto dei tempi ritmici barocchi ci si trova dinanzi a qualcosa che somiglia al Webern seriale "......mi trovo lontano da alcune poetiche dell'alea che attendono ad una contemplazione dell'emergere di eventi, sacrali ed intoccabili nel loro accadere. Ciò che davvero mi interessa non è la contemplazione ma, piuttosto, un corpo a corpo con la materia. Tra afasia e parola. In una terra di nessuno...."

Il 15 maggio Dalpane presenterà Sound Form in occasione del festival Angelica a Bologna: penso che sia un'ottima occasione per iniziare a familiarizzare con questa nuova realtà della musica. Sembra che in cantiere ci sono già nuove sorprese.


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Venerdì, 21 Febbraio 2014 08:00

The Shore

Fonte inesauribile d’ispirazione è per me il mare. The Shore nasce dal desiderio di approfondire come compositore/improvvisatore le possibili relazioni con il suono ambientale. Nel mare ho trovato una libreria immensa di suoni fatti d’acqua, di sabbia, tra risacca, onde e aria che ne cambiano la forma. Percepiamo i suoni chiaramente quando passiamo accanto al punto di emissione, altri ci arrivano forti anche da lontano, altri ancora li possiamo distinguere solo con l’ausilio di particolari microfoni tanto sono impercettibili e nascosti. Il mare è poi in grado di far risuonare elementi architettonici e naturali che vengono colpiti o sfiorati dalla sua forza, ampliando ulteriormente lo spettro, l’organico della sua orchestra. Successivamente mi sono anche spostato dal mare, dalla costa, scoprendo altri suoni come quello della pioggia che cade con diversa intensità su diverse superfici e quello del traffico che risuona in un grande palo di metallo al bordo della strada. Gli strumenti che suono sono legati simbolicamente alla natura, all’acqua, all’aria, al mondo percepibile attraverso i sensi, ma rappresentano anche “voci” del mondo spirituale, più ancestrale e intimo. Non esiste dualità tra ciò che percepiamo con i sensi e quello che sentiamo con lo spirito. Marco Zanotti, esploratore di diverse tradizioni musicali come quella africana, andalusa e brasiliana, ha trovato in strumenti come la calebasse, il pandeiro ed il bombo una espressività aperta ad esplorare orizzonti che non fossero esclusivamente quelli della musica tradizionale dei luoghi di origine.

Fabio Mina

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