Non è la prima volta che un musicista o compositore trova nel mare una fonte d'ispirazione. "Nel mare ho trovato una libreria immensa di suoni fatti d'acqua, di sabbia, tra risacca, onde e aria che ne cambiano la forma", ci racconta Fabio Mina tra le note di questo opportunamente intitolato "The Shore". E a quella natura sono legati le miriade di strumenti che egli suona quasi con devozione, Flauti soprattutto: il duduk armeno, il khaen (organo a bocca thailandese), il bansuri indiano, il danmoi (scacciapensieri vietnamita), il koncovka (flauto armonico slovacco). Insieme a lui anche il bravo percussionista Marco Zanotti, nonché in un paio di pezzi Markus Stockhausen al flicorno e tromba più Pavel Hurzika alla voce. Ma qui niente esotismi a buon mercato, niente etno-oleografie di rimando, profonda ispirazione invece. E le citazioni dentro le note del poeta Rumi e del lama tibetano Tarthang Tulku, dicono forse di un percorso che è armonico e spirituale insieme. Come nel più ispirato Don Cherry dalle parti di "Codona". Ogni pezzo pare un racconto di questo percorso: da Innerwind e Sankara's way, passando per Nomadic Water, l'intima meditazione di Peace in the Crowd e soprattutto Flow, con i tenui field recordings che l'accompagnano nel tempo disteso dei suoi dieci minuti. Passo dopo passo ne avverti la bellezza, mutevole come il respiro della natura, a volte danzante come in Nomadic Water Dance, a volte pregno di echi ancestrali: Dreamshore, o puro abbandono liquido in Tide Invocation II (7/8)
(Gino Dal Soler)
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Venerdì, 21 Febbraio 2014 08:00

The Shore

Fonte inesauribile d’ispirazione è per me il mare. The Shore nasce dal desiderio di approfondire come compositore/improvvisatore le possibili relazioni con il suono ambientale. Nel mare ho trovato una libreria immensa di suoni fatti d’acqua, di sabbia, tra risacca, onde e aria che ne cambiano la forma. Percepiamo i suoni chiaramente quando passiamo accanto al punto di emissione, altri ci arrivano forti anche da lontano, altri ancora li possiamo distinguere solo con l’ausilio di particolari microfoni tanto sono impercettibili e nascosti. Il mare è poi in grado di far risuonare elementi architettonici e naturali che vengono colpiti o sfiorati dalla sua forza, ampliando ulteriormente lo spettro, l’organico della sua orchestra. Successivamente mi sono anche spostato dal mare, dalla costa, scoprendo altri suoni come quello della pioggia che cade con diversa intensità su diverse superfici e quello del traffico che risuona in un grande palo di metallo al bordo della strada. Gli strumenti che suono sono legati simbolicamente alla natura, all’acqua, all’aria, al mondo percepibile attraverso i sensi, ma rappresentano anche “voci” del mondo spirituale, più ancestrale e intimo. Non esiste dualità tra ciò che percepiamo con i sensi e quello che sentiamo con lo spirito. Marco Zanotti, esploratore di diverse tradizioni musicali come quella africana, andalusa e brasiliana, ha trovato in strumenti come la calebasse, il pandeiro ed il bombo una espressività aperta ad esplorare orizzonti che non fossero esclusivamente quelli della musica tradizionale dei luoghi di origine.

Fabio Mina

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