Mercoledì, 14 Settembre 2016 12:34

Otto composizioni istantanee

L'ascolto di queste otto tracce offre sensazioni ed emozioni inaspettate. 
Un organico con tromba e percussioni suggerirebbe una musica fortemente caratterizzata nei suoi aspetti ritmici e dinamici. Al contrario, ci si trova davanti a suoni centellinati e legati in un insieme intenso e concentrato, in un mix di dinamiche molto contenute. Per abusare di un ossimoro, ascoltiamo una densa rarefazione di suoni sempre diversi ed espressivi, inseriti in un contesto di continui echi e rimandi reciproci che denotano una grande coerenza di intenti. Rari lacerti melodici e suggestioni ritmiche coabitano con citazioni di silenzi cageani, che mantengono una tensione espressiva sempre presente. La scelta radicale di un tale paesaggio sonoro non penalizza l'attenzione, anzi, è uno stimolo per seguirne i colori cangianti nell'evoluzione del discorso musicale. 

Giancarlo Schiaffini

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Martedì, 19 Aprile 2016 12:24

Toroya

La costruzione di Toroya, la lunga suite che apre il disco, è lenta e artigianale. I suoni vengono snocciolati uno ad uno e portano idealmente per mano in un’atmosfera inizialmente sinistra, violacea, nuvolosa. Con un tempo fluttuante, che sembra sospeso a mezz’aria, indeciso della direzione da intraprendere. La chitarra per ora predilige l’aspetto timbrico. Via via si definisce e si assottiglia il tutto, la scansione ritmica si fa più serrata, la musica punta i piedi per terra, larve di melodia si schiudono e consegnano la guida del quartetto alla chitarra di Capelli, che sfodera un solismo di un’intensità sofferta, costruito su un linguaggio avanzato, che ha metabolizzato ed adattato a sé i modelli che nel corso della sua carriera lo hanno stimolato. Passa con disinvoltura attraverso le più svariate tecniche, ma mai per un virtuosismo fine a se stesso. Sullo sfondo del quadro emergono i fantasmi di Mike Stern, dei Weather Report, le ottave di Wes Montgomery, la visionarietà di Bill Frisell, quel continuo entrare e uscire dalla tonalità, senza allontanarsi però mai troppo, così tipico di John Scofield, fino al mood minore di Pat Martino. Ma, e credo sia giusto sottolinearlo, il tutto assorbito e rilasciato successivamente attraverso un pensiero preciso, che ha ritrasformato i modelli. Colpisce lo stacco, il contrasto, che si viene a creare quando il testimone passa ad Altarocca, che, al contrario di Capelli, ha un fraseggio solistico disteso, fluido. La profondità e la tensione interiore dell’uno diventano solarità e trasparenza nell’altro. Questo di Capelli è un ritorno al primo amore, quello elettrico, ma che è avvenuto dopo anni trascorsi nel jazz, nella chitarra classica, nel flamenco, nel suono del legno e delle corde in nylon, quindi un ritorno dettato da una consapevolezza nuova. Che riempie la musica anche di un’ironia, che appare e poi riscompare, come un fiume carsico.
(Helmut Failoni)

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Mercoledì, 23 Marzo 2016 12:47

Oddities

Sarà perché l’album si apre con un’intrigante altalena arpeggiata sulle sette note del modo dorico di Do (arpeggio che per ragioni troppo lunghe da spiegare mi è molto familiare), ma quando ho ascoltato per la prima volta questi sette pezzi è stato come ritrovarmi in un paesaggio amichevole o addirittura confortevole, rassicurante, vicino casa. Attributi che però, associati alla musica, ormai da generazioni suonano quasi un insulto. Rassicurante? Pacificato? Nella lunga, interminabile stagione del dopo-Adorno termini del genere erano epiteti infamanti per qualsiasi genere musicale. Per qualcuno lo sono ancora, eppure, oggi, è proprio in conseguenza di questa lunga stagione che occorre ricostruire una lingua nuovamente accessibile, che non ripudi, ma anzi metabolizzi e ricomponga le mille devastazioni e illuminazioni attraverso le quali siamo passati nei decenni passati.

Leo Spitzer, il grande critico letterario, un giorno stava alla scrivania immerso nei suoi studi. Entrò un amico e gli chiese: “Stai lavorando?” “Nient’affatto, rispose, mi sto divertendo”. Risposta quasi scandalosa in epoca di modernità .

Il modo in cui lavorano i quattro di Oddities ha qualche analogia con questo episodio. La loro musica ricuce un tessuto fatto di arrangiamenti essenziali, temi sfrondati, diretti, il groove genuinamente funky di Open Key, le distensioni liriche di Sink Into Me, le fiammate di Cat Rondò. Ma anche la sobrietà di Once I Loved di Jobim, unico ma significativo standard del mazzo, reso con una saggia curvatura espressiva, che tocca un apice rovente per poi acquietarsi, forse – se stiamo al titolo – al ricordo dell’amore trascorso.

Non so se del jazz si possa dire che è jazz “acqua e sapone”, eppure, nonostante la presenza qua e là del pianoforte elettrico vagamente vintage, è un po’ questo il senso: niente coups de théâtre e grand guignol, centrometrismi improvvisativi e adrenaline virtuosistiche. Ma neanche manierismi da mainstream o sdilinquimenti lounge. Controllo, invece: un interplay empatico e un dosaggio sapiente (spontaneo si direbbe quasi, se la parola non fosse un filo troppo naïf) dei registri e delle dinamiche, delle intensità e delle temperature. Loro si divertono. E se poi, qualcuno si diverte anche fra chi ascolta, pazienza.

Giordano Montecchi

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