Mercoledì, 14 Settembre 2016 14:09

Another Kind of Bob Dylan

Ci sono quelli che ascoltano Bob Dylan. Poi ci sono i dylanologi. I dylanisti. I dylaniani. E i dylaniati.

Noi dylaniati abbiamo una parola che è un po’ il nostro incubo privato, e la parola è menestrello. Tutte le volte che Dylan viene a suonare in Italia (cosa che per fortuna accade spesso) i giornali annunciano l’evento presentando Bob Dylan come il menestrello (o il menestrello di Duluth). Ora, al di là del fatto che il menestrello sarebbe un artista di corte agghindato in maniera feudale, questo significa che chi scrive quegli articoli ha un’immagine di Dylan che non esiste più da qualche tempo. Una bazzecola, un’inezia: cinquantun anni appena. E gli spettatori casuali, che si aspettano di ammirare un impegnato cantautore che con chitarra e armonica esegue brani di impegno sociale dai testi fluviali, rimangono generalmente spiazzati da quell’indecifrabile figura poco illuminata che fa tutt’altro, che non tocca la chitarra neppure per sbaglio, che suona il pianoforte o l’armonica o nulla, mentre una band gli suona intorno. Ma non è colpa di quegli spettatori casuali: è colpa della definizione di menestrello.

E poi c’è un tormentone che è: Non mi piace la voce. Questo ce lo dicono quelli che Bob Dylan non lo amano, non lo tollerano, ne apprezzano le canzoni solo se eseguite da altri. Non mi piace la voce: quante volte lo abbiamo sentito, questo sprezzante commento su Dylan? E tutte le volte, noi dobbiamo trattenere l’impulso di chiedere: quale voce, esattamente? Quella di Blowin’ in the wind? Quella di Stuck Inside of Mobile With the Memphis Blues Again? Quella sciropposa di Lay, Lady, Lay o quella strillata della Rolling Thunder Revue? Quella adenoidale dell’Unplugged di Mtv o quella ringhiante di Tempest? Ha avuto così tante voci, Bob Dylan, che quella critica generalista non ha senso, per noialtri dylaniati.

E la faccia, l’espressione di quegli spettatori casuali, che aspettano invano di sentir cantare Hurricane, o di ascoltare una Mr. Tambourine Man eseguita esattamente com’è stata incisa più di cinquant’anni fa, con la stessa voce e gli stessi suoni, e non capiscono perché l’artista decida di stravolgere le sue stesse canzoni. La risposta è: perché l’artista è un Artista, non un juke-box. E le canzoni nella loro forma originale sono lì, intoccate, sui dischi. Con un paio di belle version alternative reperibili nelle varie Bootleg Series. Le canzoni non sono morte, cristallizzate nel passato. Dylan non è morto negli anni Sessanta. E quando gli hanno chiesto di eseguire per contratto certi brani in un certo tour, lui li ha eseguiti, quei brani. Ma, per aggirare l’obbligo, li ha arrangiati in chiave reggae (ed erano belli anche in chiave reggae!).

Quel che si dimentica spesso - ma che Michele Bonifati in questo disco ci ricorda - è che Bob Dylan non è soltanto un poeta, un instancabile autore di versi geniali e testi indimenticabili, o un cantante dalla voce cangiante che sembra sempre sul punto di sgretolarsi ma non si sgretola mai. Lui, come tutti noi sappiamo, è anche un formidabile autore di canzoni. Di melodie indimenticabili. Di intuizioni compositive straordinarie.

Another Kind of Bob Dylan lo dimostra: non ci sono più i famosi testi, non c’è la famigerata voce: c’è una reinterpretazione strumentale che si spinge al confine di territori quasi jazz, c’è la bellezza delle melodie fuse una nell’altra, in alcune tracce.

Allora non vi resta che scoprire quale dimensione raggiungono le canzoni di Bob Dylan prive del cantato.

Gianluca Morozzi

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Martedì, 19 Aprile 2016 12:24

Toroya

La costruzione di Toroya, la lunga suite che apre il disco, è lenta e artigianale. I suoni vengono snocciolati uno ad uno e portano idealmente per mano in un’atmosfera inizialmente sinistra, violacea, nuvolosa. Con un tempo fluttuante, che sembra sospeso a mezz’aria, indeciso della direzione da intraprendere. La chitarra per ora predilige l’aspetto timbrico. Via via si definisce e si assottiglia il tutto, la scansione ritmica si fa più serrata, la musica punta i piedi per terra, larve di melodia si schiudono e consegnano la guida del quartetto alla chitarra di Capelli, che sfodera un solismo di un’intensità sofferta, costruito su un linguaggio avanzato, che ha metabolizzato ed adattato a sé i modelli che nel corso della sua carriera lo hanno stimolato. Passa con disinvoltura attraverso le più svariate tecniche, ma mai per un virtuosismo fine a se stesso. Sullo sfondo del quadro emergono i fantasmi di Mike Stern, dei Weather Report, le ottave di Wes Montgomery, la visionarietà di Bill Frisell, quel continuo entrare e uscire dalla tonalità, senza allontanarsi però mai troppo, così tipico di John Scofield, fino al mood minore di Pat Martino. Ma, e credo sia giusto sottolinearlo, il tutto assorbito e rilasciato successivamente attraverso un pensiero preciso, che ha ritrasformato i modelli. Colpisce lo stacco, il contrasto, che si viene a creare quando il testimone passa ad Altarocca, che, al contrario di Capelli, ha un fraseggio solistico disteso, fluido. La profondità e la tensione interiore dell’uno diventano solarità e trasparenza nell’altro. Questo di Capelli è un ritorno al primo amore, quello elettrico, ma che è avvenuto dopo anni trascorsi nel jazz, nella chitarra classica, nel flamenco, nel suono del legno e delle corde in nylon, quindi un ritorno dettato da una consapevolezza nuova. Che riempie la musica anche di un’ironia, che appare e poi riscompare, come un fiume carsico.
(Helmut Failoni)

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