Mercoledì, 23 Marzo 2016 12:47

Oddities

Sarà perché l’album si apre con un’intrigante altalena arpeggiata sulle sette note del modo dorico di Do (arpeggio che per ragioni troppo lunghe da spiegare mi è molto familiare), ma quando ho ascoltato per la prima volta questi sette pezzi è stato come ritrovarmi in un paesaggio amichevole o addirittura confortevole, rassicurante, vicino casa. Attributi che però, associati alla musica, ormai da generazioni suonano quasi un insulto. Rassicurante? Pacificato? Nella lunga, interminabile stagione del dopo-Adorno termini del genere erano epiteti infamanti per qualsiasi genere musicale. Per qualcuno lo sono ancora, eppure, oggi, è proprio in conseguenza di questa lunga stagione che occorre ricostruire una lingua nuovamente accessibile, che non ripudi, ma anzi metabolizzi e ricomponga le mille devastazioni e illuminazioni attraverso le quali siamo passati nei decenni passati.

Leo Spitzer, il grande critico letterario, un giorno stava alla scrivania immerso nei suoi studi. Entrò un amico e gli chiese: “Stai lavorando?” “Nient’affatto, rispose, mi sto divertendo”. Risposta quasi scandalosa in epoca di modernità .

Il modo in cui lavorano i quattro di Oddities ha qualche analogia con questo episodio. La loro musica ricuce un tessuto fatto di arrangiamenti essenziali, temi sfrondati, diretti, il groove genuinamente funky di Open Key, le distensioni liriche di Sink Into Me, le fiammate di Cat Rondò. Ma anche la sobrietà di Once I Loved di Jobim, unico ma significativo standard del mazzo, reso con una saggia curvatura espressiva, che tocca un apice rovente per poi acquietarsi, forse – se stiamo al titolo – al ricordo dell’amore trascorso.

Non so se del jazz si possa dire che è jazz “acqua e sapone”, eppure, nonostante la presenza qua e là del pianoforte elettrico vagamente vintage, è un po’ questo il senso: niente coups de théâtre e grand guignol, centrometrismi improvvisativi e adrenaline virtuosistiche. Ma neanche manierismi da mainstream o sdilinquimenti lounge. Controllo, invece: un interplay empatico e un dosaggio sapiente (spontaneo si direbbe quasi, se la parola non fosse un filo troppo naïf) dei registri e delle dinamiche, delle intensità e delle temperature. Loro si divertono. E se poi, qualcuno si diverte anche fra chi ascolta, pazienza.

Giordano Montecchi

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Venerdì, 04 Marzo 2016 10:45

Caronte

Per presentare Caronte, saccheggio alcuni versi della Gualtieri che sembrano fare proprio al mio caso: “Mi esercito continuamente / mi esercito al niente / fino al mio colore puro”. Come già il mio primo disco Quanta, Caronte rappresenta proprio questo: la ricerca di una purezza, di una schiettezza che, sospetto, solo la solitudine può darmi. Qui non sentirete gli effetti di molti di quei compromessi ritenuti necessari dallʼortodossia musicale; qui non si alletta nessuno alla ricerca spasmodica di un mi piace strappato con soluzioni manieristiche e rassicuranti.
In questo mio nuovo lavoro vi è solo una galleria di suggestioni rimaste a riecheggiare dopo il big-bang del mio universo personale avvenuto nellʼestremo sud: tra Calabria e Sicilia, tra Cosenza e Scicli (RG). Un sud perlopiù Visto da qui,
al telescopio, da lontano, al quale torno a intervalli regolari senza mai riuscire
a fermarmi. Se davvero si vuole abitare per una manciata di minuti questi tredici scorci di un unico paese diviso e unito da una stretta lingua, una lingua di mare, ed esistente in un meta-livello tra realtà, sogno e ricordo, sarò felice di traghettarvi da una sua sponda allʼaltra narrandovene la mitologia. Tuttavia lo farò solo dopo avervi sconsigliato lʼattesa di un sonoro “e vissero felici e contenti” in quanto forse non arriverà: Caronte, che, come me, spero troviate anche voi bello, sapido e stimolante, può essere a tratti eccessivo, a volte fastidioso, addirittura.
In ogni caso, spero risulti sempre chiaro come i brani qui contenuti siano uniformemente agitati da un Fuoco centrale: quello alimentato da suggestioni antiche e lontane
da coniugare con altre quotidiane e vicine. In questo disco venuto alla luce solo dopo aver a lungo atteso la nascita di unʼetichetta dedicata allʼinaudito
e allʼimprobabile discografico, sono ancora distante dal niente della Gualtieri. Continuo ad approssimarmi asintoticamente a esso lavorando a un ulteriore progetto già in cantiere nel quale la mia armonica si emancipa da tutto, finanche da sovraincisioni e dal compromesso con il mio essere a qualche livello polistrumentista. (aa)

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Giovedì, 11 Febbraio 2016 11:35

Il soffio sulla pelle

Queste musiche sono il risultato di accurate e approfondite ricerche verso quelle culture diverse e/o antiche che abbiano, per caratteristiche oggettive musicali, culturali e organologiche, destato il nostro interesse. Non sempre è stato possibile ispirarsi a tracce precise, fondate su documenti musicali cartacei, infatti non tutte le culture oggetto delle nostre attenzioni hanno lasciato o lasciano tracce riconducibili alla scrittura musicale, invece sovente la nostra interpretazione è stata ricavata da registrazioni, racconti, mitologie, antichi testi e documentazioni iconografiche. Per queste ragioni, chi ricercherà in queste musiche un “ascetismo” di ordine etnico, ne rimarrà deluso, in quanto la “visione” che abbiamo voluto dare è quella di un ipotetico e fantastico incontro musicale tra noi, esecutori del XXI secolo, e i musicisti delle altre culture, immaginando di suonare un concerto insieme, ognuno mettendo in campo la propria fantasia, le conoscenze e competenze musicali. Sempre rimanendo sul titolo del cd, non sarà difficile immaginare l’aspetto sensuale ed emotivo che il soffio provoca quando è indirizzato verso la pelle di un’altra persona, ed il significato di guarigione che questo simboleggia per alcune culture, come quella tibetana, dove il sacerdote-guaritore soffia delicatamente e ritmicamente sul corpo del paziente in una sorta di rituale massaggio terapeutico, teso a ristabilirne gli equilibri energetici e psichici. Da un punto di vista antropologico musicale, un duplice aspetto ci ha affascinato: con lo studio del comportamento umano si cercano gli elementi utili alla descrizione e alla comprensione della musica, altresì attraverso lo studio delle musiche possiamo conoscere e comprendere meglio il comportamento umano dell’area geografica a cui il rito musicale fa riferimento.

Flauti usati da Roberto Fabbriciani</span></p> <p class="column">flauto iperbasso, flauto basso,flauto in do, ottavino, bangdi, bansuri, didgeridoo, dizi, fischietti vari, flauto a coulisse, flauto de millo, flauto delle ande, flauto di pan, flauto globulare, flauto in do, flauto in osso, flauto indio, flauto mandingo, flauto ocarina, flauto shakuachi, fula, peule, qudi, richiami di uccelli, voce, xiao

Percussioni usate da Jonathan Faralli

albero della pioggia, antico tamburo rituale sciamanico, australian wood brush, baka wood brush, balafon, bamboo chimes, bass drum, bell plates con arco, bullroarer, campane del tempio, campane in bronzo, campane Zenghouyi, campanelle medievali, campanelle rituali cinesi, campanelli giapponesi, cinese wind gong, crotali con arco, didgeridoo, feng gong, fung gong, grande maraca rituale, guiro, guiro in metallo, gumleaf, hosho, huehueti drum (antico tamburo maya), Hum Aspen drum, indian finger, cymbals, kajamba, lastra del tuono, maracas rituale, marimba bassa, piatti con arco, piatto cinese, pietre sonore, quica, richiami di uccelli, shekere, shell chimes, sistrum, sonagli del serpente, sonagli di unghie di capra, sonagli inuit, sonagliera chiquitsi, sonagliera indiana, sonajeros de caracoles, spring drums, suono della fontana, tabla, talking drum, tam tam cinese, tamburi esquimesi, tamburo a cornice con sonagli, tamburo d’acqua, tamburo medievale, tamburo sonaglio africano, tampura, tasmanian clapstick, teponatzli, traditional chau gong, vibrafono con dita, vibrafono con arco, voce, wind metal chimes, wood drum, campane in bronzo costruite dallo scultore di oggetti sonori Andrea Dami

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