Martedì, 19 Aprile 2016 12:24

Toroya

La costruzione di Toroya, la lunga suite che apre il disco, è lenta e artigianale. I suoni vengono snocciolati uno ad uno e portano idealmente per mano in un’atmosfera inizialmente sinistra, violacea, nuvolosa. Con un tempo fluttuante, che sembra sospeso a mezz’aria, indeciso della direzione da intraprendere. La chitarra per ora predilige l’aspetto timbrico. Via via si definisce e si assottiglia il tutto, la scansione ritmica si fa più serrata, la musica punta i piedi per terra, larve di melodia si schiudono e consegnano la guida del quartetto alla chitarra di Capelli, che sfodera un solismo di un’intensità sofferta, costruito su un linguaggio avanzato, che ha metabolizzato ed adattato a sé i modelli che nel corso della sua carriera lo hanno stimolato. Passa con disinvoltura attraverso le più svariate tecniche, ma mai per un virtuosismo fine a se stesso. Sullo sfondo del quadro emergono i fantasmi di Mike Stern, dei Weather Report, le ottave di Wes Montgomery, la visionarietà di Bill Frisell, quel continuo entrare e uscire dalla tonalità, senza allontanarsi però mai troppo, così tipico di John Scofield, fino al mood minore di Pat Martino. Ma, e credo sia giusto sottolinearlo, il tutto assorbito e rilasciato successivamente attraverso un pensiero preciso, che ha ritrasformato i modelli. Colpisce lo stacco, il contrasto, che si viene a creare quando il testimone passa ad Altarocca, che, al contrario di Capelli, ha un fraseggio solistico disteso, fluido. La profondità e la tensione interiore dell’uno diventano solarità e trasparenza nell’altro. Questo di Capelli è un ritorno al primo amore, quello elettrico, ma che è avvenuto dopo anni trascorsi nel jazz, nella chitarra classica, nel flamenco, nel suono del legno e delle corde in nylon, quindi un ritorno dettato da una consapevolezza nuova. Che riempie la musica anche di un’ironia, che appare e poi riscompare, come un fiume carsico.
(Helmut Failoni)

Pubblicato in Catalogue